Quali potrebbero essere gli elementi distintivi del “far rete” ?

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Autore: Roberto Gallerani

Uno degli “argomenti del giorno”  nel panorama economico nazionale  è  “fare rete”. Lo stesso Ministero dello Sviluppo Economico l’identifica “… quando  diverse  imprese  conferiscono  beni,  servizi  e competenze per la definizione di un nuovo processo o per la produzione di un nuovo bene o di un servizio che le imprese singolarmente non sarebbero in grado di fare”. Di fatto significa che un gruppo di “soggetti”, che continuano comunque a conservare anche la loro  identità  originale, decidono di  condividere visione, missione, valori, obiettivi, risorse, organizzazione, sinergie, integrazioni, al fine di raggiungere obiettivi comuni di competitività attraverso l’ innovazione con diverse forme di connessione e collaborazione.

Da parecchio tempo a me vien da pensare che per “fare rete”  si debba partire da due affermazioni volutamente “autoprovocatorie” ed “autostimolanti” ( … che, con tutto il rispetto del lettore, naturalmente valgono qui solo per me … ), ed i cui effetti debbano essere sentiti nell’anima (nel cuore per i più romantici) prima che nella mente:

1. “ogni giorno che passa sono più ignorante del giorno prima”

1. “non valgo niente senza gli altri”

Sulla prima vorrei  dire che, come si dice, il “sapere”, “saper fare” e “saper far fare” oggi valgono di meno della capacità di saper “manutenere la propria conoscenza/esperienza” con rapidità e continuità (le stesse con cui cambia il mondo), anche acquisendo la capacità di guardare a se stessi (persone e organizzazioni) da punti di vista ogni giorno diversi (altrimenti l’innovazione, o almeno il cambiamento, non nasce).

Sulla seconda intendo dire che la complessità del mondo che ci circonda hanno ormai decretato, da tempo, il fatto che se non ci si muove in un’ottica di relazione, multidisciplinarità, collaborazione paritetica, le singole capacità ed i risultati sono fortemente ridimensionati.

Le “vecchie imprese” son basate sul “sapere/saper fare/saper far fare” dell’imprenditore/idea imprenditoriale e spesso, per le PMI, sulla non adeguata valorizzazione delle risorse umane coinvolte e l’assenza del concetto di un rapporto paritetico (tra pari) tra i “soggetti” di una collaborazione (alla base del “far rete”) interna/esterna.

Saranno tratti caratteriali umani, culturali del nostro paese (al 90% direi), ma in Italia ad oggi le “reti di impresa” (per contratto di rete o assimilabili attraverso altre forme) mi sembra che siano solo una cinquantina, di cui molte sono più delle associazioni ed altre, se ci si va a guardare dentro, son fatte da un 70%-80% di “soggetti” che erano già afferenti anche prima ad una stessa proprietà/gruppo (e per le quali il ” sospetto” è che si ricorra al contratto di rete per i benefici fiscali ed accedere a finanziamenti).

Concludo per non tediare: la manovra su questo fronte penso che debba essere a tenaglia, da un lato costruire gruppi di competenza multidisciplinare (essi stessi in rete), perchè per far rete bisogna saperne di far marketing in modo diverso, ripensare i processi con una concezione diversa, far sistemi informativi di tipo collaborativo, orientati al social e in grado di sfruttare il “cloud”, delocalizzazione/internazionalizzazione, normative/contratti,…. ecc ecc ….. per supportare la progettazione e la realizzazione pratica del “far rete”; d’altro canto occorre contemporaeamente saper sviluppare attività finalizzate alla facilitazione delle condizioni che portano al “far rete”,  sviluppando l’incontro tra i “soggetti” e la creazione di valori comuni (magari anche quelli dei 2 punti sopra) ed instaurando quella fiducia e quel rispetto reciproco che sono alla base di ogni collaborazione (paritetica).

E  se uno va a guardare a fondo, almeno per il mio settore (ICT), sono proprio questi gli aspetti che hanno permesso, ad esempio,  grandi cose nella Silicon Valley: voglia/desiderio di cambiare/rompere e di fare networking tra pari, …. prima ancora dei soldi.


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